FUORI
DAL
C'È DRAMMATURGIA
TEA
TRO?
Luca Bi è produttore musicale e musicista.
Si occupa di produzione dal 2010 e ha lavorato per progetti musicali di diverso genere e con artisti differenti, da quelli più esordienti ai giovani talenti, fino alle band e ai cantautori di tour internazionali.
Il suo progetto come produttore musicale si chiama Luca Bi audio; è tutt'oggi bassista della band Wel Pop Punk.

Cosa fa un produttore musicale?
Per me il compito del produttore nel mondo moderno è essere la figura che aiuta ad arredare l'arte. Perché il problema della musica è che il processo di trasporla in un oggetto che la contenga èmolto tecnico, ha bisogno di molta conoscenza tecnica. Di solito, se uno vuole fare l'artista, non vuole mettersi a cercare le specifiche tecniche di un microfono e di come suona. Vuole semplicemente suonare la sua chitarra e spaccare, fine. Fare l'arte. Il produttore è quello che gli permette di fermare un'idea e renderla fruibile all'esterno della sua mente.
Comunque, nel corso degli anni la figura del produttore musicale è cambiata tantissimo.
All’inizio, per come lo vedevo io, era quella figura simile al project manager di un progetto musicale: prima parlava con l’artista, chiedeva cosa ti piaceva, cosa volevi, si ragionava e si cercava di capire se la direzione era congrua. Poi cercava lo studio, i musicisti, metteva insieme le tempistiche, si assicurava che tutti facessero il loro lavoro; chiamava il parolaio, il songwriter, l'arrangiatore… metteva insieme il team e lo coordinava in modo da portare all'etichetta discografica il prodotto finito, assicurandosi che il messaggio dell'artista venisse trasposto all'esterno da lui.
Con gli anni, visto che, come in ogni settore, i soldi sono diminuiti drasticamente e pian piano, soprattutto nei progetti moderni o comunque giovani, il produttore ha dovuto indossare sempre più ruoli. È strumentista, parolaio, arrangiatore, produttore…
Diresti che questo tipo di lavoro è creativo?
Io direi di sì. Primo, perché devi comunque avere a che fare con gli artisti e, per dialogare tra creativi, secondo me bisogna essere creativi.
Ma anche io trovo nel mio lavoro l’unione delle cose. A me piace molto sapere quello che un artista vuole pubblicare, sentire empatia nel messaggio e nelle canzoni e sentirle risuonare in me. Anche nel passare alla parte tecnica, dover chiedermi: come faccio a fare questa cosa? Prendo questo microfono, faccio quest’altro? E questo mi sembra molto creativo.
Quale diresti che è l’importanza del produttore per l’artista, al di là della tecnica?
Il produttore è sempre qualcuno con cui approcciarti, è sempre quel parere esterno che aiuta a creare un prodotto più solido, una copertura. Anche se l'idea dell'artista è perfetta, gli artisti sono altamente insicuri, come anche io. Ma quando ti metti in una squadra, l'insicurezza di uno viene più facilmente superata.
Invece, come ti rapporti con l’idea di autorialità? Per esempio, hai mai avuto problemi per essere stato “troppo creativo”, diciamo invadente?
Succede, a volte, sì. Ma, per come io approccio il lavoro, è veramente un ping pong. Una speicie di dialogo: tu hai una idea, io la ascolto e penso cosa fare; ci lavoro, la butto giù, faccio una proposta iniziale e tu te la ribalti indietro.
Ovviamente, può succedere che nel dialogo uno dica, ad esempio, “ fa cagare”. Ma significa che hai sbagliato produttore, perché vuol dire che non c’è un’intesa artistica. Invece, se dici “ah bomba! ma questa chitarra io la farei così, colà”, in quel momento c’è un dialogo.
È ovvio che per creare un prodotto artistico finito ti ritrovi delle idee da bocciare, soprattutto nel lavoro collettivo. Nell'arte collettiva sai che perderai delle idee. Anche perché tante volte ci stanno benissimo al tuo cervello, ma poi appena le butti fuori all'esterno non hanno senso, non si capiscono.
A che punto del lavoro entra la figura del produttore?
In realtà, dipende. Magari una band si fa tutto da sola e poi chiama il produttore semplicemente per avere un secondo parere esterno e mixare il brano. Qui il lavoro del produttore diventa più il lavoro di quality check e finalizzazione del progetto.
Oppure, può arrivare anche molto presto. Magari quando una band ha molti membri che non riescono a collidere verso una direzione, o se un artista solista ha bisogno di confronto.
A volte prima ancora, ovvero ancor prima di creare la canzone. Magari un artista che inizia a parlare con un produttore per far girare gli ingranaggi e tirare fuori qualcosa, per riuscire a stare dietro a un contesto discografico…
Comunque, il produttore negli anni assume sempre più la figura di tecnico. In questo momento storico spesso viene anche visto semplicemente come quello che mixa e quello che fa il master, le batterie, ecc.
Secondo te, come cambia il prodotto finale a seconda di quando entra il produttore nel processo?
Idealmente, prima entra il produttore nel progetto, più il brano è digeribile e per più persone. Il ruolo del produttore è proprio quello di mediatore. Il produttore media tra l'idea folle di un'artista e quello che effettivamente il pubblico riesce a percepire. Quindi, prima arriva il produttore, prima inizia a limare quegli angoli che sono un po 'scomodi, mettere un po' di linee guida. Questo però non vuol dire che la musica sia migliore o peggiore, semplicemente è più facile da fruire.
Più in fondo arriva il produttore, più è utilizzato proprio come “pennello”, come strumento di finalizzazione del prodotto per renderlo tecnicamente fruibile al resto del mondo. E qui mi verrebbe da dire che più tardi entra il produttore nel processo più il prodotto è immediato, istintivo e grezzo.
Ecco, un prodotto in cui il produttore ha iniziato a entrare subito è un prodotto più maturo e più ricercato. Ma nessuna delle due è meglio o peggio. Sono proprio due approcci diversi.
Cos’è che fa percepire agli artisti, ai musicisti, il bisogno di avere un produttore?
Secondo me la prima cosa che ti fa percepire il bisogno di andare da un produttore, soprattutto all'inizio di una carriera, è il fatto che il produttore ha le conoscenze tecniche per finalizzare il prodotto.
Più vai avanti, più senti il bisogno di sperimentare. Magari al terzo disco hai fatto sempre lo stesso e senti il bisogno di qualcuno per provare ad aprire un nuovo orizzonte, nuovi generi, nuovi modi di fare le cose, di cambiare aria per rinfrescare un po' l'idea.
Un altro caso è se dentro una band sono tutti bravissimi ma non riescono a collidere verso l'idea generale. A quel punto c'è bisogno di una persona che li sappia coordinare, scegliere per loro qualcosa che può andare bene a tutti, il mediatore.
Come fanno gli artisti a fidarsi del produttore?
Penso che non siano gli artisti a doversi fidarsi del produttore, ma che sia il produttore a dover guadagnarsi la fiducia degli artisti. E’un lavoro di comunicazione, di socialità, che va a sviluppare un rapporto lavorativo.
Prima di tutto, durante il processo lavorativo, ci sono molti step di verifica, che accrescono la fiducia,ì reciproca, perché man mano che vai avanti sei sempre più sicuro di aver imboccato la strada. Non è che il produttore dopo una settimana finisce il lavoro e dice “fantastico, fine”. Anzi, dopo due giorni, dice “guarda, ho fatto sta roba qua, ci siamo, tiriamo verso?”
In più, secondo me, è importante stare con gli artisti anche in contatti non lavorativi. Uscire, bere qualcosa, mangiare insieme, fare una partita a carte… Tutto ciò che crea quel senso di star cercando di fare questa cosa insieme.
Deve esserci un rapporto interpersonale che va sviluppato. Ma non è che l’artista si deve fidare di me, io gli devo dimostrare che deve fidarsi di me.
Ti senti rispecchiato nell’espressione “accompagnamento artistico”?
Al termine “accompagnatore” che mi viene da pensare a una persona che ti affianca e ti mostra la strada. Per quanto mi riguarda, io non so la strada. La strada siamo noi che la stiamo creando.
Poi magari alcuni produttori sanno già che devono arrivare là, e tirano dritto e ci arrivano. Ma per come lavoro io, iniziamo a camminare e vediamo dove ci porta, senza sapere esattamente dove si arriverà. In questo modo, sei anche aperto a quello che può succedere durante il processo: un suono che cambia totalmente direzione, dei click…
Quindi direi più un compagno che accompagnatore.
Secondo te, tutti gli artisti hanno bisogno di avere un produttore?
Sono testimone con la mia band del fatto che no, non tutti!
Penso che, soprattutto in determinati generi musicali, il pop e tutto quello che deriva dal pop per esempio, la creazione musicale dipenda molto dal computer. Sono generi molto individualisti.
Ci sono anche band che iniziano da sole e col passare degli anni diventano molto brave a fare esattamente quella cosa lì. In quel caso capita che quando provano ad andare da un produttore sentono il prodotto snaturato, perché hanno già una conoscenza esatta di cosa fare per “buttare fuori” la loro musica.
È vero, però, che se un giorno si saranno rotti di fare quella musica e vogliono cambiare strada avranno bisogno di qualcuno, di un orecchio esterno che coordini tutto quanto.
Nel teatro esista la figura del dramaturg, una figura di specchio all'artista, ma anche quello che deve tenere la prospettiva del progetto, che permetta all'artista di fare ricerca senza perdere il punto di riferimento. Rividi il tuo ruolo in questa descrizione?
Quando una band decide di affidarmi la produzione, il mio compito è fare in modo che questo processo avvenga nel modo migliore possibile, che giunga a un prodotto di più alta qualità artistica possibile, capendo le esigenze. Quindi direi di sì.
Letture consigliate da Luca
Recording Unhinged - Creative and Unconventional Music Recording Techniques
Sylvia Massy